“L’insegnamento crea tutte le altre professioni “

Anonimo

Volevo fare un riassunto veloce partendo dal sito – https://www.itals.it/alias/approcci-e-metodi-della-glottodidattica – Ma non ci sono riuscita. Il testo che ne esce è lunghissimo e a dir la verità annoia pure me. Però ormai l’ho riassunto, quindi lo pubblico. Ho perciò dovuto cambiare anche il titolo. Prima era: “Il mio metodo preferito per insegnare”, adesso è diventato “I principali approcci glottodidattici”. Il mio metodo preferito lo scriverò nel prossimo articolo. Nel frattempo penserò al perché, alla fine, ho pubblicato questo. Ho tolto tutti i passivi che c’erano. Facilitare i testi è diventato un vizio.

Per insegnare ci sono almeno otto metodi e approcci che talvolta si intersecano e si completano. Li elenco in ordine storico, dal 1700 ai giorni nostri. Se quindi per esempio vi capiterà di incontrare un collega che usa il metodo numero 1, potete considerarlo un illuminista.

  1. L’approccio formalistico: presenta le regole morfosintattiche e il lessico attraverso la lingua madre degli studenti, si chiede di memorizzare la traduzione da una lingua all’altra, le attività orali e di conversazione sono minime. Il risultato generale è l’incapacità dello studente a comprendere e a parlare la lingua straniera per la scarsa utilizzazione di essa in situazioni concrete di comunicazione.
  2. Il metodo – L’approccio diretto: il presupposto base è che conoscere una lingua straniera equivale a saper pensare in essa, come succede con la lingua materna, e quindi va ricreato lo stesso percorso di acquisizione. La lingua straniera viene appresa: 1) per “contatto” con l’ambiente nel quale la si parla o praticandola in classe, tramite la conversazione con l’insegnante, che deve essere un madrelingua e deve utilizzare soltanto materiali autentici; 2) senza l’ausilio della lingua materna; 3) senza preoccuparsi dell’aspetto grammaticale, che va scoperto in modo induttivo, e che costituisce il punto di arrivo del percorso di apprendimento.
  3. L’approccio strutturalista: si basa sulla teoria comportamentistica dell’apprendimento del linguaggio secondo il quale l’individuo nasce come tabula rasa su cui esercitare una serie ininterrotta di sequenze stimolo – risposta – rinforzo (positivo o negativo). Questo crea degli abiti mentali, dei meccanismi inconsci di reazione agli stimoli.
  4. Il metodo audio-orale: si apprende la lingua tramite esercizi strutturali (pattern drills) ripetuti moltissime volte. Poi le frasi o le parole sono manipolate con : 1) sostituzione; 2) espansione; 3) trasformazione di una loro parte. Non c’è partecipazione creativa. Non c’è nessun accenno all’aspetto culturale della lingua straniera, il materiale è completamente decontestualizzato, la lingua è frammentata.
  5. L’approccio comunicativo: lo scopo non è il raggiungimento della competenza linguistica, ma della competenza comunicativa che comprende: 1-la competenza linguistica, che si occupa di tutti gli aspetti strettamente legati alla lingua, al linguaggio verbale, quali: la fonetica, o fonemica, la grafemica, la morfosintassi, il lessico e la testualità; 2-la competenza sociolinguistica, che si occupa delle varietà: geografiche, temporali; dei registri; degli stili linguistici; 3-la competenza paralinguistica, che si occupa degli elementi prosodici non pertinenti sul piano strettamente linguistico: velocità dell’eloquio, tono della voce, uso delle pause, usati al fine di modificare il significato; 4-la competenza extralinguistica, che si occupa dei significati non veicolati dal linguaggio verbale e comprende le competenze: cinesica; prossemica; sensoriale.
  6. Il metodo situazionale: si presenta la lingua inserita in una situazione comunicativa: ogni lezione inizia con la presentazione globale di un dialogo fortemente contestualizzato, attento alle reali condizioni comunicative all’interno delle quali verosimilmente si svolge: ruoli dei locutori, chiave o registro, tempi, luoghi, argomenti ecc.
  7. Il metodo nozionale funzionale: crea i “livelli soglia”, cioè il livello della lingua che deve essere conosciuta da un parlante straniero per sopravvivere nel paese nel quale questa lingua si parla: ha una valenza più strumentale che formativa. La lingua non è analizzata in termini di descrizione formale (nome, verbo, aggettivo, soggetto, predicato ecc.), ma di scopi comunicativi universali, atti linguistici detti “funzioni” come “salutare”, “presentarsi”, “offrire” che implicano, per poter essere realizzate la conoscenza di specifiche “nozioni”: spaziali, temporali, di numero, di genere, di possesso, di quantità, di relazione, che spesso variano da cultura a cultura e che presuppongono la conoscenza di un certo lessico di base; le funzioni si realizzano attraverso esponenti o strutture scelte in modo strettamente correlato alla situazione sociale. Il curricolo parte dall’analisi dei bisogni comunicativi degli studenti, si incoraggia un uso costante della lingua straniera in autentiche situazioni di comunicazione, si privilegia fortemente la lingua orale a scapito di quella scritta; pur non escludendo tecniche di fissazione simili a quelle strutturaliste (pattern drills in cui si usano esponenti di funzioni anziché strutture grammaticali), è la componente pragmatica a dominare, per cui le tecniche più usate sono quelle che rimandano alla simulazione e alla drammatizzazione nelle sue diverse forme, dal role taking al più libero role making.
  8. L’approccio umanistico – affettivo: 1-Interesse per tutti gli aspetti della personalità umana, non solo quelli cognitivi, ma anche quelli affettivi e fisici; 2-Assenza, o limitazione di processi generatori d’ansia, 3-Centralità dell’autorealizzazione della persona in un clima sociale, cioè la ricerca di una piena attuazione delle proprie potenzialità.