Mesi di didattica a distanza. Accompagno nello studio gli studenti di madrelingua non italiana di un Istituto superiore. Su classroom, via skype, con whatsapp. Sono anni che lo faccio, ma in presenza, cosa che mi permetteva di adeguare più facilmente i compiti fuori portata assegnati dai docenti curriculari. Gli studenti e le studentesse mi hanno scritto per chiedermi aiuto nel fare i compiti, nel preparare le interrogazioni, nel fare temi, comprendere un testo ecc. Parallelamente ho chiesto loro di tenere una sorta di diario settimanale che abbiamo condiviso su classroom. La maggior parte di loro ha scritto tutte le settimane la stessa cosa: “Devo studiare molto e non riesco”, “Il prof o la prof. parla e io non capisco niente”, “Vorrei fare bene a scuola ma è tutto troppo lungo e alla terza riga ci sono già dieci parole che non ho capito”, “L’interrogazione è andata male e sono triste perché ho studiato tanto anche se non capivo molto, così tante cose le ho dovute imparare a memoria”. Questo perché i compiti che dovevano svolgere erano didatticamente fuori dalla loro portata: rispetto alla lunghezza dei contenuti, al lessico specifico, alle strutture cognitive e meta cognitive. Ovvio che consegne come quelle che ho letto in questi mesi – come per esempio riassumere il capitolo 34 dei Promessi Sposi: e tutto eh – oltre a non mettere gli studenti in condizioni di apprendere, sono per loro demotivanti e umilianti. Questi compiti si scontrano con caratteri meravigliosamente fieri e intelligenti. Sembra che i docenti non lo vedano. Spero che da settembre in poi, ripartendo, che sia a distanza oppure in presenza, si prenda una posizione metodologica e didattica chiara rispetto a questa incapacità nell’accettare una scuola multiculturale e delle classi plurilingue con livelli diversi di apprendimento e di bisogni linguistici. I nostri studenti si meritano di essere messi nelle condizioni di apprendere e di essere per questo felici.