“L’insegnante deve insegnare. Per farlo serve una capacità empatica e comunicativa, la fascinazione”

 Uno dei suggerimenti che lei offre agli insegnanti è di non guardare solo ai risultati scolastici, ma anche di prestare attenzione a ciò che dicono i bambini e i ragazzi in classe…
«L’insegnante deve insegnare. Per farlo serve una capacità empatica e comunicativa, la fascinazione. Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone. Gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità che valuti queste cose. Se uno non sa affascinare è meglio che cambi lavoro».

Ascoltando le sue parole viene in mente il cantautore Giorgio Gaber e la canzone Non insegnate ai bambini. Lei ci ricorda che i ragazzi dicono agli adulti, agli insegnanti: «Non proponeteci la vostra esperienza, perché l’unica utile è quella che ciascuno fa da sé». Eppure l’esperienza è il bagaglio di ogni maestro…
«L’esperienza degli altri non serve a nulla, ma è utile quella che faccio io. Il mondo degli adulti è diverso da quello dei ragazzi di oggi, che vivono nel web. La distanza è abissale. Vanno ascoltati, bisogna capire il loro mondo. Noi non comprendiamo il loro linguaggio, la ragione per cui devono continuamente essere connessi e il bisogno che c’è dietro questa loro necessità. Inutile che ci rifacciamo alle nostre esperienze quando queste cose non c’erano».

Lei ce l’ha con il web, con il personal computer?
«No. Semplicemente mi rendo conto che il pc produce degli effetti su di noi. I mezzi tecnici non hanno un’influenza solo nell’ambito specifico. Se non ho il telefonino, vengo escluso socialmente. Se una madre mi dovesse chiedere se mettere o meno lo smartphone nelle mani di un bambino che frequenta la scuola primaria risponderei di darglielo, perché altrimenti verrebbe escluso. La gente non capisce che i mezzi tecnici invadono la totalità del sociale, del relazionale. La tecnica è soggetto del mondo e l’uomo diventa un funzionario degli apparati tecnici: questa è la verità!».

La scuola è schiava della tecnica o può ancora salvarsi e in che modo?
«La scuola prima non educava perché aveva professori che non avevano le caratteristiche di cui le parlavo. Oggi non educa perché ha classi con 35 persone quando al massimo ne dovresti avere 12-15. Educare vuol dire condurre qualcuno all’evoluzione, dall’impulso all’emozione, dall’emozione al sentimento. Un ragazzo che ha sentimento non brucia un migrante che dorme su una panchina, non picchia un disabile. Se queste cose accadono è perché la scuola non ha educato. Per educare bisogna avere a che fare con la soggettività degli studenti, che oggi è messa fuori gioco. Se è vero che al posto dei temi si fa la comprensione del testo scritto, si è spostata la valutazione dalla soggettività alla prestazione. A questo punto è chiaro che anche la scuola è serva del modello tecnico. I ragazzi non contano più come soggetti ma solo nelle loro prestazioni».

Se in questo momento potesse rivolgersi a tutti gli insegnanti, che cosa direbbe loro?
«Direi loro che non tutti possono insegnare. Uno che è alto un metro e cinquanta non può fare il corazziere; così se uno non sa affascinare, comunicare, non può fare il maestro, il professore. Lo dice Platone: si impara per imitazione.

Se avesse vent’anni, sceglierebbe di iscriversi a un corso universitario per poi fare il maestro?
«Le maestre e i maestri della primaria sono i migliori di tutti gli ordini d’insegnamento. Sono gli unici che non si occupano soltanto dell’apprendimento ma anche dell’educazione emotiva dei bambini; sono quelli che individuano la loro capacità di socializzare; le uniche persone che sono capaci di entrare in relazione in termini affettivi».

Riassunto da un’intervista a Galimberti