Il periodo in cui ho insegnato agli studenti americani è stato formativo, come tutte le volte che ci si ritrova a convivere con un tutto diverso. Una delle migliaia di cose che mi avevano colpita degli studenti era che D., studente dolce e sensibile, mi aveva detto che tutte le sere, prima di scendere a cena con la sua famiglia italiana, andava su una app, simulava una conversazione su un argomento di cultura italiana interessante, e poi scendeva in cucina. Lo faceva sentire più sicuro, lui che di carattere era così insicuro. Per questo tutte le sere chiedeva con insistenza l’ora della cena. Ma siccome nella sua famiglia cucinavano sia “la mamma italiana” sia “il nonno italiano”, l’orario non era mai certo e lui andava in panico perché non sapeva quando prepararsi. Lui che – aggiungo io – come studente americano non aveva le basi culturali per godersela a modo suo, senza pensieri, senza ansie, senza stress. Perché anche il godersela, in certi posti, deve rispettare l’etichetta. Lui che era cresciuto in una società dove si pensa che le cene attorno ad un tavolo siano stressanti perché ti mettono nella condizione forzata di dover sostenere una conversazione. E se non sono all’altezza? Negli Stati Uniti – tutti gli studenti mi raccontavano -, si fanno solo barbecue in piedi, così non si è costretti alla performance. Quando c’è un invito a cena tutti si preparano, come se fosse un esame. Si prendono informazioni sulle persone, su che cosa amano e che cosa non amano, in modo da preparare conversazioni che non urtino nessuno. Una cena in Italia per noi, una performance per loro. Per curiosità mi ero letta le pubblicità di alcune di queste app e in effetti dicevano cose come “ Tizio ha creato il prodotto in modo tale che gli utenti possano avere una conversazione nella vita reale il più velocemente possibile”. Con noi gli studenti “sono sempre pronti ad affrontare nuove sfide”. “Era piuttosto imbarazzante non riuscire nemmeno a dire grazie”. Avevo quindi rassicurato D. sul fatto che “il più velocemente possibile” era uno stress inutile e anche poco divertente perché ci si perde il meglio, “le nuove sfide” non erano certo in una cena a base di purè e bondola, se non il fatto di avere uno stomaco che li potesse digerire bene, “l’imbarazzo” è quando si fa qualcosa di brutto o di contrario a se stessi e non si ha il coraggio di ammetterlo o l’ironia di riderci sopra. Che per imparare una lingua la cosa più importante era divertirsi. Lasciarsi andare, perdere il controllo, non pensare.

Quando a 12 anni i miei mi avevano mandata 3 mesi in un college inglese per imparare la lingua, e da lì in poi per i seguenti 6 anni, mai avevo pensato a parole come: il più velocemente possibile, sfida, imbarazzo. Ero sorridente, genuina. Ascoltavo e imparavo. Facevo errori ma era normale. La semplicità. Che non ritrovo più, da nessuna parte.