“Noi saremo sempre nella terra che ci ha visti nascere e saremo sempre con i più deboli, con chi soffre la fame e chiede il giusto, il diritto di vivere e d’allevare i proprio figli”

Luigi Rossi, “L’anarchico delle due ruote” 

Ho chiamato questo blog “Insegnare italiano” ma mi rendo conto che il nome adatto sarebbe un altro, un titolo che evoca e parla più che del docente, degli studenti che incontra. Perché fare questo lavoro implica una relazione stretta, che va dalle minime 40 ore fino alle 600, con qualcuno che è didatticamente invitato a raccontare, raccontarsi, esprimere opinioni, sentimenti e sogni futuri. La didattica lo invita a scrivere e a parlare, ma lui o lei risponde con il suo lato umano. Si crea un rapporto intenso ed è anche per questo che dopo le ore di lezione, io non riesco più a vedere gli amici o a fare cene perché il mio lato umano è già stracolmo. E solo nel racconto in cui parlo di Viktor dico: “da quel giorno non l’ho più rivisto, ma a lui penso spesso”, però è una frase che mi verrebbe da scrivere per ciascuno degli studenti a cui ho insegnato. Alcuni, però, è vero, lasciano il segno più di altri.

“Tania, Sherif oggi non ci sarà a lezione. E’ scappato dalla comunità. I suoi amici dicono che voleva raggiungere la Francia. E’ uscito di notte verso Ventimiglia”.

“Ma di notte non c’è la corriera. Come ha fatto ad arrivare in stazione?”

“Pare a piedi, camminando lungo i tornanti”

Qualche giorno prima. A lezione. Sherif è uno studente con le idee chiare

“Prof, voglio imparare bene i verbi. Il condizionale”

“Infatti oggi facciamo proprio quello. Senza il condizionale in Italia non si può vivere!”

“Perché?”

“Perché è il tempo verbale della gentilezza, delle richieste cordiali, dei consigli rispettosi”

“Mi piace. Perché ieri ho incontrato una ragazza e volevo il suo numero di telefono ma non sapevo come chiedere”

“Eheheheh, ma forse prima di chiederle il numero di telefono avresti dovuto conoscerla?”

“Sì prof ha ragione. Allora volevo dirle che è bella”

“Per quello non serve il condizionale. Andava bene così come hai detto adesso a me”

“Sei bella?”

“Sì”

“Ma no prof, non posso dire così. Io sono nero”

“E allora?”

“E allora lei pensa che io sono uno che fa casino”

Siccome l’argomento è stato ormai sviscerato e discusso e dialogato centinaia di volte, sorrido e comincio la lezione

Alla fine Sherif mi chiede: prof, possiamo fare una foto?

“Cioè?”

“Una foto. Io e Lei”

“No Sherif, non è un’occasione speciale o una festa, non stiamo festeggiando tutti insieme e non è corretto se solo tu e io ci facciamo una foto”

“Va bene prof, ho capito. Mi piace che Lei è sempre chiara”

Suona la campanella. Tutti gli studenti escono per la ricreazione. Lui si ferma in classe con me.

“Prof, vorrei darle una lettera. L’ho scritta per mia mamma in Africa. Lei la può spedire?”

“Sherif, oggi c’è qualcosa che non va? Perché non la puoi spedire tu?”

“Perché non c’è un indirizzo dove spedire. C’è un villaggio e non so come si fa”

“Va bene, dammi la lettera e domani facciamo una lezione sulle poste italiane e sui numeri utili e i servizi. Anch’io non so come si fa a spedire una lettera in un villaggio in Africa”

“Grazie prof”

“A domani Sherif”

Lui mi sorride, alza la mano in segno di saluto e esce dalla classe.

“Da quel giorno non l’ho più rivisto ma a lui penso spesso”. Ho la sua lettera ancora qui sulla scrivania. Non ho mai capito come si faccia a spedirla in un villaggio, senza un indirizzo. Però l’ho letta, anche se forse non dovevo. Le prime volte in silenzio. Ogni tanto, a voce alta.