Nel periodo di lavoro con gli adulti ho conosciuto anche un vero signore. Ucraino, di 69 anni, si chiamava Viktor. Un uomo molto bello, da giovane doveva essere stato l’Alain Delon della Russia. Capelli bianchi, mossi, folti, tanti. Occhi azzurro cielo in primavera, denti perfetti, sorriso travolgente, viso spigoloso. Intelligente e di grande cultura. In Ucraina era ingegnere. Ingegnere dell’aviazione però, e questa cosa non gli piaceva e la diceva sempre sottovoce. Non ha frequentato il corso di italiano ma il Laboratorio di scrittura creativa. Credo perché qui in Italia si annoiava. Abitava con la moglie, la figlia, bellissima e sposata con un italiano, e il loro figlio. Così, Viktor era anche un nonno. Sua mamma era ancora viva e abitava in Ucraina quando è scoppiata la guerra. Viveva da sola, a 96 anni. A lezione spesso usciva questa cosa delle guerra, anche della guerra di quando era giovane lui ma non ha mai voluto parlarne. Abbassava gli occhi blu, scuoteva la testa e diceva no. A volte scriveva da solo, altre volte mi confidava di essere troppo stanco e troppo vecchio e allora scrivevo io. Lui dettava. Un giorno, a laboratorio già iniziato, non era ancora arrivato. Mi sembrava strano, continuavo a buttare un occhio alla porta e a reagire a ogni piccolo rumore. Ci ospitava una delle biblioteche più belle e antiche di Bologna. A un certo punto nella nostra bella sala affrescata sento aprirsi la porta. Che sollievo. Ma chi entra è la bibliotecaria: “Viktor ha chiamato, dice che si è perso”. Ho abbandonato tutti gli altri al tavolone e sono corsa fuori. Era giugno ma faceva già caldo. Il laboratorio iniziava alle 14 e finiva alle 17. Erano quindi le due ormai passate di un afoso pomeriggio d’estate. Avevo il suo numero di cellulare e mentre giravo per le stradine lì intorno provavo a chiamarlo. Non rispondeva. Camminavo velocemente, guardavo di qua e di là, non pensavo a niente. Avevo un solo obiettivo. Dopo un bel po’ l’ ho visto seduto sui gradini di un palazzo sotto il portico. Gli sono corsa incontro. “Non trovavo la strada. Dove siamo?”. Era umiliato. “Siamo vicini alla biblioteca Viktor, è solo colpa del caldo”. Siamo tornati insieme al Laboratorio ma lui pensieroso, con la testa era assente. Gli ho detto non ti preoccupare. Dopo ti accompagno fino a casa. “Grazie Tania, però adesso scriviamo. Io stanco. Scrivi tu?”. “Sì”. “Quando ero piccolo sempre fantazia. Io guardavo su cielo quando notte dove tante stelle. Chi abitava là? Io vorrei conoscere con extraterrestri. Dopo io costruivo piccoli aerei. In 1964 anno ero studente di università aerei. Fabbrica dove io lavoravo era in Siberia. In questi anni erano freddo, tanta neve e molto amore con mia moglie. Passeggiavo con sci in piccola montagna Halasa. Avevo tanta salute, non conosciuto con dottore. Però adesso tutto diverso”.  A fine giugno abbiamo concluso i corsi e fatto il convegno finale. Due lunghi anni di lavoro e visi e storie e parole. Lui è arrivato in anticipo accompagnato dalla figlia. “Solo per un saluto Tania. No riesco stare qui”. Io gli ho buttato le braccia al collo. Dovevamo andare sul palco insieme e leggere al pubblico un paio dei suoi scritti. Li ho letti da sola. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto. Ma a lui penso spesso. Che possono cambiare la vita non ci sono solo gli insegnanti, anche gli studenti fanno la differenza. Una bella differenza.